Per ingannar l'attesa fra un post e l'altro

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lunedì 1 luglio 2013

Due preghiere

L'incensiere

Il suo corpo era avvolto da un velo di seta bianca. Era talmente fino che in alcune pieghe lasciava intravvedere il suo corpo, completamente nudo. Non era nè volgare nè provocante. La sua era una bellezza troppo profonda: semmai, era una vista dolce e commovente, come un'opera d'arte, o un'antica reliquia. Così, inginocchiata ed assorta, pareva una sposa, e su di lei quel bianco lenzuolo diveniva più prezioso del più ornato degli abiti nuziali.
La testa era reclinata, nascosta sotto il candido manto, ripiegato ed avvolto come se fosse un cappuccio. Le sue labbra erano nascoste, ma si capiva che si muovevano lungo le sillabe d'una preghiera. Le mani uscivano dal velo come due germogli di bucaneve dopo l'inverno. Erano congiunte, si sfioravano appena, con un gesto di fragilissima delicatezza. I suoni della sua preghiera si raccoglievano nell'incavo fra i palmi, e lì riecheggiavano, come se esitassero dentro un vaso di cristallo. Ne usciva un fumo di luce azzurra, che tracciava un'indecifrabile danza di curve nell'aria prima di salire e dissolversi.

Il rosario
Il legno d'abete scoppiettava nel focolare in pietra, riempiendo la stanza d'un profumo a metà fra l'incenso delle chiese ed il fumo dell'inferno. S'era fatto buio già da un po', e quella delle fiamme era l'unica fonte di luce dell'intera stanza. I vecchi travi in legno del soffitto erano già scomparsi nell'oscurità; sul suo volto invece si rifletteva il calore del fuoco, che colorava d'oro la sua barba ispida ed incolta, e la pelle del suo volto, inciso dalle rughe come un vecchio manoscritto.
Da un po' di tempo stringeva nel pugno un seme di miglio. Lo sguardo era concentrato sulla mano, ma non si sarebbe potuto indovinare i suoi pensieri, e nemmeno se stesse davvero pensando a qualcosa.
Terminò tutto ad un tratto, come se avesse inteso un segnale che a me era sfuggito. Allora aprì la mano, e gettò il seme di miglio fra le fiamme: sparì velocemente, con un sommesso crepitio, appena percettibile.
Lui nel frattempo s'era chinato, facendo cigolare le assi del pavimento. Raccolse un nuovo seme di miglio, da un sacchetto posato accanto alla sedia; lo strinse nel pugno, e cominciò a fissarlo, come aveva fatto per quello precedente, con uno sguardo perso e profondo, pensieroso ed assente. 

giovedì 20 giugno 2013

La mandorla


L'anello d'oro

Si è usi ripetere che la forma non ha valore, in quanto mera apparenza, e che essa va scartata in favore di una ricerca più approfondita sul contenuto.

Ma a meno di non supporre ipocrisie o nevrosi, come potrebbe esserci una discrasia fra questi due lati dell'essere? E poi, non c'è un contenuto anche nella forma, nell'apparenza esterna? Anche la similitudine fra gli oggetti più disparati può diventare una chiave di comprensione.


lunedì 17 dicembre 2012

I fulmini sul corpo d'Europa

Per possedere Europa, Zeus aveva preso le sembianze di un toro bianco, ma lei gli resistette. Zeus infine si tramutò in aquila, e sotto questa forma violentò Europa.

Il toro sa essere forte e fiero, ma le fiamme del suo temperamento sono tenute a bada dall'essere vicino alla terra. E' la terra a renderlo mansueto: il toro la ama, e in cambio lei le dona la pace, quella pace piena che non è semplice armistizio, ma il dolce silenzio che segue l'appagamento delle brame.


L'aquila invece è insaziabile, è posseduta da una voracità crudele ed irrefrenabile, proprio perchè se ne sta nei cieli più alti e distanti. L'aquila sceglie le sue prede con fredda precisione, e piomba loro addosso con la freddezza chirurgica di un calcolo che non ammette errore.


La nobiltà del toro sta proprio nell'umiltà, quell'umiltà che manca alla sprezzante e superba aquila. Ma - crudelta del destino! - è proprio questa mancanza a decretare la vittoria dell'aquila e a far soccombere il toro.
Alla fine, Europa non si concede al toro, ma cede alla forza dell'aquila.


Quante volte ancora dovrà avverarsi questa profezia? Quante aquile hanno posseduto con la forza Europa, e quante ancora violenteranno il suo corpo?


giovedì 6 settembre 2012

Mulino di preghiera

La valle era stretta, e la città era incastonata sul fianco della montagna, proprio a ridosso di una ripida balza che si ergeva minacciosa sopra i tetti delle case, correndo quasi in verticale fino alle cime lontane.
Le vie che solcavano il paese erano strette e mal illuminate; si sentiva in lontananza il rumore di un fiume, una corsa impetuosa che riempiva l’aria di umidità. Ora che era scesa la notte, pareva quasi di essere all’interno d’una gigantesca grotta.
Arrivai alla piazza attirato dalla luce dei fari, sperando di trovare un locale aperto, o anche solo di incontrare qualcuno per strada; ma trovai soltanto una superficie deserta, e l’immensa cattedrale, silenziosa ed illuminata a giorno dalle spietate luci elettriche dei riflettori.
La facciata era in stile gotico, slanciata e leggera nonostante fosse realizzata con le scure rocce grigie della valle. I fari che la bombardavano dal basso verso l’alto contribuivano a renderla ancora più verticale, come se quella fosse stata l’unica dimensione degna di nota.
Fra i contrafforti laterali prendevano lo slancio due enormi torri, che incorniciavano simmetricamente la chiesa, come se ne fossero stati i guardiani. Non si trattava però di campanili, ma di due altissime ciminiere.
Sbuffavano fumo incessantemente e copiosamente. La luce sfiorava il fumo rendendolo concreto, come una panna montata grigia, scura e pesante sospesa nel cielo, in qualche modo precario ed insicuro.
Guardai il rosone della chiesa: era un’enorme ruota dentata, che girava in senso antiorario, muovendo in senso opposto un’altra ruota al suo interno.
La porta della cattedrale era socchiusa, e lasciava trapelare una tiepida luce rossa, ed un mormorio confuso, che continuò imperterrito anche quando entrai.
All’interno non c’erano nè banchi, nè statue, nè altari. Al centro campeggiavano soltanto le possenti colonne portanti della struttura. Le pareti invece erano gremite di persone, inginocchiate ed in preghiera. Ce n’erano tantissimi, uomini e donne di ogni età, accatastati l’uno di fianco all’altro.
Provai a parlare con uno di loro, ma continuò a pregare come se non mi avesse nemmeno sentito. Provai con un altro, ed un altro ancora, provai anche a scuoterli e a colpirli, ma non ottenni nessuna reazione. Pregavano senza interrompersi, come in una sorta di trance.
Sgranavano con le mani una sorta di rosario; ma a ben guardare da ognuno di quei rosari pendeva un cavo, una sorta di filo elettrico. Tutti quei fili correvano sul pavimento, e ogni tanto si allacciavano fra loro, per poi confluire in tubazioni di plastica. Alcuni di questi tubi sparivano sul pavimento, altri raggiungevano le colonne, per poi risalirle. Si capiva che i cavi ed i tubi non erano disposti a caso; nel complesso davano l’impressione di un enorme circuito elettrico.
Le preghiere di quella gente erano la forza primaria di un enorme processo industriale e religioso! Una forza trasformativa immensa e potentissima.
Senza dubbio le preghiere erano collegate con le caldaie che alimentavano le ciminiere. Ma qual era la materia prima, su cosa si applicava quella misteriosa lavorazione?
Non feci domande, tanto non mi avrebbe risposto nessuno. Tornai fuori, nella notte, lontano dalle luci elettriche.
Cercai di arrivare a quel fiume impetuoso, di cui prima avevo sentito soltanto il rumore, ma non riuscii a trovarlo; forse quel ruggito non proveniva da un corso d’acqua, ma era soltanto l’eco delle preghiere.

venerdì 15 giugno 2012

L'uomo e l'ingranaggio

L'emblema della Repubblica Italiana raffigura una stella a cinque punte sovrapposta ad una ruota dentata.


E' un emblema, e non uno stemma araldico: manca infatti l’elemento essenziale dello scudo, rendendo la raffigurazione più simile ad un logo corporativo o ad un marchio di fabbrica. E’ una rottura voluta con la tradizione, nell'ottica del pensiero proiettato al futuro, figlio o forse nipote dell'illuminismo.
La ruota dentata rappresenta il progresso ottenuto tramite il lavoro, sull’aria del noto incipit della costituzione: L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La stella poi è uno dei simboli storici dell’Italia, nella sua personificazione di Italia turrita e stellata; secondo l’interpretazione riportata dallo stesso quirinale:
“La stella è uno degli oggetti più antichi del nostro patrimonio iconografico ed è sempre stata associata alla personificazione dell'Italia, sul cui capo essa splende raggiante. Così fu rappresentata nell'iconografia del Risorgimento e così comparve, fino al 1890, nel grande stemma del Regno unitario (il famoso stellone); la stella caratterizzò, poi, la prima onorificenza repubblicana della ricostruzione, la Stella della Solidarietà Italiana e ancora oggi indica l'appartenenza alle Forze Armate del nostro Paese.”


Si potrebbe intravedere una parentela morfologica fra il cerchio merlato della corona turrita e il cerchio raggiato della ruota dentata, come se la prima fosse in un certo senso la madre dell’altra.
Anche la stella che le si accosta sembra esser la stessa, ma a ben vedere anche qui è intervenuta una trasformazione, che ha ridotto il numero delle punte da sei a cinque.



La stella sopra la cinta muraria richiamava la stella della sera, che portò Enea da Troia caduta alle coste italiane. Passando da sei a cinque stelle, la stella scende però dal cielo per arrivare al piano terreno. Ora la stella non è più sopra le mura, ma al centro dell’ingranaggio.
La stella a cinque punte è un simbolo sovraccarico di significati, ma fra tutti quello più vivo è il rimando all’uomo.



Nell'emblema della repubblica, la stella-uomo è sovrapposta al meccanismo, sembra quasi crocifissa su esso. Ricorda l’operaio del film Metropolis, alle prese con il macchinario che non gli dà tregua.




Non è più l’uomo ad esser servito dalle macchine, ma viceversa!

L’ingranaggio non è solo la raffigurazione del mondo del lavoro, o della tecnica: è un simbolo concreto della mancanza di volontà. Tutto ciò che è meccanico avviene automaticamente, senza l’intervento di decisioni da parte dell’uomo; un mero automa, senza coscienza o libero arbitrio.
Anche lo stemma della DDR richiama il mondo del lavoro: ma qui è il martello a farla da padrone, simbolo della volontà che muove la forza del braccio, dell’impatto che conferisce alla materia la forma concepita nella mente del fabbro.


L’ingranaggio del meccanismo non può che eseguire quello per cui è stato costruito: girare continuamente su sé stesso, dato che la sua libertà è limitata da un perno prefissato. E l’ingranaggio è anche simbolo di mancanza d’importanza rispetto al macchinario complessivo.
Anche la stella, e l’uomo che rappresenta, gira insensatamente su sé stessa, senza capire nemmeno il suo ruolo all’interno del grande meccanismo; e i tasselli dell’ingranaggio sembano denti che ne straziano la carne.

giovedì 1 dicembre 2011

I pasti del serpente (compimento e rottura)

Agli occhi del pensiero simbolico il numero dodici è un cerchio.

Ma ogni cerchio è anche un movimento circolare; e quindi il dodici è anche la chiusura di un ciclo di tempo, il compimento di un periodo.


Il dodici è la stabilità raggiunta, un sistema che trova il suo equilibrio completo. Ma il raggiungimento di tale equilibrio comporta una rottura dello stesso: il tredici allora è il frutto maturo che si spacca cadendo, per lasciare i semi che conteneva alla terra. Il tredici non è un aumento rispetto al dodici, ma il suo stadio successivo, ch'è piuttosto una perdita, una rottura del cerchio ch'era il dodici.Dovete sapere che se Dio creò il pianeta Terra come una sfera è per contenervi il serpente, una cella di prigione dalla quale è impossibile evadere, simile ad una bolla di vetro.



Anche nella storia dell'umanità vale lo stesso principio: quando il dodici è raggiunto c’è un periodo di calma, e pace, che però è anche l’attesa d’una catastrofe.
La catastrofe è il risveglio del serpente: spinto dalla fame trascende la sfera in cui riposa incatenato, e salirebbe sulla superfice, se Dio non gli desse in pasto sufficiente sangue umano; allora il serpente si sazia, lo coglie la sonnolenza della digestione e se ne torna a dormire per un po’.
Ogni giro che una lancetta dell'orologio conclude è una goccia che disseta il serpente; sommate tutte assieme esse compongono il fiume chiamato Tempo, ma esso non è che un piccolo bicchier d'acqua se confrontato con la sete dell'immonda serpe.
Nella Bibbia i dodici figli di Giacobbe simboleggiano proprio uno di questi limiti storici: i dodici figli sono dodici tribù, dodici guardiani che sorvegliano in circolo il temibile serpente. Ma il cerchio venne spezzato, Giuseppe venne venduto dai suoi fratelli: ciò diede una via di fuga al serpente, uno spiraglio nel cerchio, che culminò nel sontuoso banchetto divino dello sterminio dei primogeniti in Egitto.
Badate però che il risveglio della fame del serpente e la rottura del cerchio non sono due cose distinte; non è l'una a causare l'altra, o viceversa, ma sono due manifestazioni del medesimo simbolo.
Nel nuovo testamento possiamo vedere come il figlio di Dio si fosse scelto dodici apostoli, dodici guardie del corpo per creare un circolo di difesa attorno alla sua Persona; fu il tradimento di uno d'essi a consegnare il Suo Sangue al serpente.
E' un mistero carico di crudeltà divina: era necessario che il sangue dell'agnello tingesse di rosso la terra, era un ordine dello stesso Dio di consegnare alla morte suo figlio, eppure colui che portò a termine tale comando si coprì del Sommo Male, e guadagnò per sè la suprema condanna e punizione.
La storia segue un modello eterno, che ritroviamo esposto nell'Apocalisse di Giovanni, nella storia della Donna vestita di Sole.
Anche la Gerusalemme celeste ha dodici porte: sarà veramente eterna la città di Dio, o conoscerà anch'ella la fine del ciclo, il tredici del serpente?
Passando dalla storia divina a quella umana, un triste esempio di risveglio del serpente fu lo scoppio dell'epidemia di peste nera che colpì l'Europa medievale.
Dio non aveva ancora insegnato la medicina agli uomini, ma aveva fatto loro conoscere dodici diverse preghiere per tenere distanti dalle terre cristiane le malattie ed i malori.
La prima preghiera veniva recitata ogni giorno, all'alba, nella vecchia chiesa di Gotenborg; la seconda l’ora successiva nella cattedrale di S. Pietro a Riga, e via così a distanza d’un ora; la terza in una piccola cappella privata a Minsk, la quarta in un monastero di Kiev, la quinta nella chiesa che sorgeva sul sito dove poi fu costruita la chiesa nera di Brazov; la sesta in una piccola chiesetta, ora distrutta, a Tirana, la settima nella chiesa del San Salvatore a Enna; l’ottava a Sassari, dove veniva recitata nel soggiorno della casa della famiglia più influente della città; la nona nella chiesa di Santa Eulalia a Palma di Maiorca, che fu costruita appositamente, col cantiere che si avvolgeva attorno al gruppo di preghiera; la nona a Bordeaux nella cattedrale di S.Andrea; la decima veniva recitata davanti ad un capitello all’incrocio fra strade campestri nei dintorni di Le Havre, l’undicesima nella cattedrale di Norwich e la dodicesima a Londra nella chiesa di San Bartolomeo il grande.
Il vergognoso scisma causato dal veleno con cui Lutero accecò l’Europa fu soltanto l’esito finale d’una serie di incrinature che da tempo insidiavano il mondo occidentale; e fu tramite una di queste incrinature che questo sistema di protezione medico-religiosa venne meno. La chiesa di Brazov venne infatti distrutta dalle incursioni degli invasori mongoli nel 1242. Bastò che una delle dodici stazioni di preghiera venisse meno per lasciare al morbo nero libero ingresso nelle terre cristiane: era il tredicesimo secolo.
La chiesa di Brasov fu poi ricostruita con pietra nera, proprio per commemorare questo triste evento.
Un altro esempio ancora ci viene dalla rivoluzione francese. L'aristocrazia malata e decadente era ciò che restava d'un enorme circolo nazionale volto a mantenere l'equilibrio e l'ordine stabilito; ancora nel 1798 erano in carica sette Conti segreti e cinque Marchesi magici impegnati con la loro anima a mantenere in vita il puzzolente cadavere d'un regno ormai anacronistico.
Fu con la morte del Duca di Nemours che tale sorpassata protezione venne meno, e si ebbe finalmente il via libera per lavare e purificare nel sangue il vecchio regno malato - con gran gioia dell'affamato serpente.
Non è sempre agevole trovare la traccia della rottura del dodici dietro gli orridi banchetti del serpente; ma il ricercatore attento saprà trovarla dietro ogni grande massacro della storia, dalle guerre mondiali alle catastrofi naturali, dagli eccidi etnici agli incidenti lavorativi, come i crolli delle miniere.
L'occidente europeo vive attualmente in uno dei periodi di stabilità, se stabilità si può chiamare l'affannosa lotta per tenere nelle ipocrite profondità della terra il malvagio appetito del rettile.
Dodici stelle d'oro in campo blu proteggono Europa; ma quando una d'esse cadrà dal cielo come una stella cadente, si aprirà nel cerchio uno spiraglio, e il serpente antico potrà entrare e far scempio delle vite degli uomini fino ad esser ebbro del loro sangue - come una volpe che trovi un pertugio d'ingresso nel recinto d'un pollaio.

martedì 22 novembre 2011

martedì 8 novembre 2011

Divisioni

Erede al trono, china la fronte al suolo, spazza con i capelli lunghi e d'oro la terra dove passeggia ignaro l'ultimo dei tuoi schiavi, come se fosse una maestà divina quella celata dalle sue vesti logore.
Guardalo in volto: è preda di superbia, e accetta con lo sdegno l'omaggio che gli porgi. Non conta la corona, o la ricchezza; hai perso ogni potere con l'inchino.
Il volgo non comprende la carità crisitana; alzati in piedi, ora, e sfodera la spada. Fallo fuggir distante, fallo tremar con ordini efferati: la gente non desidera un umile regnante.

martedì 12 aprile 2011

Una Rosa

Il poeta passeggiava con un amico per un sentiero che tagliava a mezzacosta la montagna, cingendo i pascoli appena al di sopra del limite del bosco.
Giunto nei pressi d'un rudere di una vecchia stalla, si bloccò come impietrito, rapito in estasi; ma il suo sguardo era dolce e presente: guardava una rosa damascena con commozione e languore. Il suo amico iniziò a declamare versi, sia antichi che di sua invenzione, in onore della rosa selvatica; ma il poeta lo interruppe, quasi nemmeno lo stesse ascoltando, e annunciò felice che avrebbe sposato la rosa.

Il matrimonio del poeta e della rosa fu arrangiato per quella sera stessa: vi presero parte i pochi, veri amici del poeta e molti curiosi del villaggio e dei villaggi vicini; in rappresentanza della famiglia della sposa molti fiori furono portati dai campi ad ornare sontuosamente il fienile in cui si svolgeva la festa.
Il poeta rise e bevette molto, cantò canti d'amore e danzò con la sua rosa: tutti si rallegravano con lui di questo scherzo gioioso ed originale, e le donne invidiavano la rosa che aveva un marito che conosceva cos' bene l'amore.
Ma col proseguire della serata, quando i primi ospiti iniziavano a prendere congedo, già si poteva scorgere un velo di malinconia dietro il bel sorriso del poeta.
E i pochi amici che gli restarono vicino fino a notte tarda raccontano di come egli abbia pianto disperatamente fino al mattino, stringendo fra le mani una rosa avvizzita.

martedì 29 marzo 2011

Uno e Molti (arte dell'intrecciare)

L'anello di una catena è chiuso, e rigido; di contro, la catena formata da questi anelli è aperta alle estremità, ed è flessibile.

lunedì 21 marzo 2011

Quando cogliemmo la rugiada secca

Dormivo nella mia grotta, sul mio giaciglio, quando la notte fu spenta da una luce non d'uomo: in essa nove messaggeri, danze lineari e distaccate.
Mentre danzavano, accadde che la luce, e il calore in essa, bruciò tutto ciò che di organico nella grotta vi fosse, e calcinò tutto ciò che organico non era.

Si avvinghiarono attorno al mio scheletro, avvolgendomi senza quasi più distinzione, e mi trascinarono verso cieli di spirito. Come rugiada al sole evaporarono i loro vestiti e, con l'aumentar dell'altezza, la loro pelle, gli organi e persino il loro soffio vennero al nulla.

Il mio resto fu allora condotto alla Sorgente, ed essa non parlò a me, ma continuò il suo canto, ch'è eterno, immutabile eppur sempre diverso, fluente dal silenzio al silenzio.

Il divenire
Quando il mio spirito si arrese al vibrare della sorgente, vidi l'immagine di un uomo, con una sfera d'avorio nella mano destra, ed una d'ebano nella sinistra.

Azione-reazione; causa-effetto
Così mi parlò: "Quando l'Essere venne a sè stesso, creò nell'abbandono il Non Essere; ogni azione infatti è cambiamento, e se ogni cambiamento è un moto, pure non v'è moto senza conseguenza; ecco, ciò che chiamate esistenza è questo mistero.

Tempo, e sua direzione; entropia; movimento
Quando lo spettro dell'uomo ebbe allontanato fra loro le sfere (e parve ai miei occhi che nel farlo anche lui venisse diviso) potei vedere un serpente librarsi nell'aria, passando da una sfera all'altra; e nel farlo contaminava la sfera candida con gocce di quella oscura, come se il suo corpo immondo ne trascinasse l'essenza; altrettanto faceva della sfera nera, striandola di un bianco neve.
Mai però le sfere divenivano uguali: piuttosto si cristallizzavano in vortici sempre più minuti, come una curva che rasenta un limite senza mai toccarlo.
Cercai di afferrare per la testa il serpente, ma questi divenne fuoco: e la cicatrice che la mia mano porta ne è segno e memoria.

Una voce dunque mi disse: la divisione dell'uno permette il mutamento, e il tempo in esso, ma ricorda: "Quando Dio trasse dall'oscurità le stelle, egli vide che le stelle si dispersero in cerchi d'infinite sfere attorno a lui: ma sembrò alle stelle che il corpo di Dio si smembrasse, e che ognuna di esse ne ricevesse una parte. Per evitare ciò il serpente inquina le sfere; e solo il serpente sa se mai queste torneranno ad esser una".

Energia
Non so per quanto tempo rimasi ad osservare la danza del serpente: nella mia mente non c'era pensiero, l'intera mia mente era vista. E quando in questa venne a scavarsi il solco del suo cammino, lo vidi liberarsi della sua pelle, ed apparire come una scia di scintille; continuamente andavano disperdendosi, ma nessuna di esse svaniva . e pur mescolandosi alla divisione, la loro luce complessiva rimaneva sempre costante: "E', Era, Sarà".

Materia e massa
La pelle del serpente intanto era diventata simile ad un uovo, oscuro e opaco. E benchè l'uovo fosse consustanziale alle scintille (la sua oscurità era infatti un concentrarsi, un collassare di luce), in esso era rappresentato il mantenimento, laddove il brillare di fiamme era cambiamento. Perciò venne dato all'uovo un nome di Madre.

Forze e campi
Questi erano i regni dei Tetrarchi, ai quali fu dato il potere di legare, e di sciogliere.
I loro regni si sovrappongono, eppur sono distinti i loro poteri; promanano forza come una sorgente, e nella distanza si affievolisce il loro vigore.


Temperatura; struttura della materia
Grande fu la mia sorpresa quando la mia mano raccolse l'uovo, chè l'avevo stimato freddo di movimenti; e invece tutto in lui era danza, vibrazione, dall'Eterno Enorme al Momento Minuscolo.
Di nuovo e sempre, "Esistenza è Mutamento".

Chimica
Ma quell'incendio per noi ciechi è una foresta ghiacciata; ed è in quei ghiacci che fu intagliata la città-reticolo di Khem. E col passare dei secoli, nelle sue torre presero dimora i Vermi dello Spirito.

"Leggi" o le immagini che così chiamiamo
Per ore, giorni e anni la sorgente si agitò, in infinite ricombinazioni di quanto avevo già visto.
Conobbi così molti misteri, le fragili leggi che comandano il mondo della mescolanza.

Conclusione
Eppure, più si ramificavano i riflessi della sorgente, più distante mi trascinavano dalla Radice, che io cercavo.
Nella stoltezza dell'ira, nella voracità prosciugai la sorgente d'un sorso.

-

Ecco, il doppio nodo, il Nous nella materia. Attraverso infiniti messaggeri (ed ogni messaggero era uno strato di degrado) mi venne detto:
"Ciò che hai visto finora sono i miei spettri che la Natura ha accolto in sè.
Dal mio soffio venne velata, e a me il velo ritorna, e quel velo è conoscenza: integrazione del Sè e dell'Altro. La Natura Vergine è infatti simile all'umano verbo "Essere" - se non viene legata da limitazioni è inconoscibile.
Fui io a gettare il seme della divisione, detto "L'Inizio"; eppure anch'io sono divisione.
Fui io a modellare le immagini che hai visto fin'ora, eppure da esse son nato.
Va', e aggioga queste astrazioni alla Vita: essa sola regna infatti il vostro mondo"

venerdì 18 marzo 2011

Sulla questione delle "Nuove anime"

Molti si chiedono se col nascere di un nuovo corpo nasca una nuova anima, o se in esso venga a dimorare un'anima preesistente; e ancora se quest'unione si consumi al comcepimento o al momento del primo respiro. Si consideri il seguente:
Ciò che noi chiamiamo "seme" di un fiore è in realtà suo figlio, un piccolo feto racchiuso; piuttosto il nome "seme" spetterebbe al polline. Tuttavia il seme di una pianta è fonte di vita nel grembo della nostra madre Terra: in essa è portatore di calore nel buio, luce nel freddo, ingravidatore, contagio di vita nella materia morta.

Bandiere

La verità è come una bandiera: la si ostenta senza sapere ch'essa si piega ad ogni vento.

martedì 8 marzo 2011

Eresia del ritorno

Un bestemiatore annunciava nelle nostre piazze che il soffio che diede vita all'uomo era tutt'uno con la luce della distruzione, di cui parlano i nostri libri della fine.
Fu messo al rogo in quelle stesse piazze, sullo stesso fuoco che cuoce il nostro pane.

Ciò che rimane

Gli eroi diventan lapidi
ed i soldati terra.

venerdì 18 febbraio 2011

Jäger

Saliva sulle cime per guardar altre montagne

venerdì 4 febbraio 2011

Due mani e un gesto

V'era un tempo in cui lo spirito camminava sulle vaste pianure della terra; fu in quel tempo che nacque e vide la luce un consacrato, e grande era lo splendore in quel fanciullo; prodigi annunciarono la sua venuta, pastori e greggi si prostrarono ai suoi piedi.
Venne dunque dall'Idumea un artigiano, il cui nome non arrivò mai a noi: v'è chi dice che fosse Edom in persona, Re bandito nel suo stesso Regno.
E stentò un inchino l'artista dinnanzi al fanciullo; e a malapena trattenne il sorriso quando il bambino s'accigliò malevolmente; ma questi trattenne le guardie dal percuotere lo straniero, e disse: "Di certo il tuo sguardo non è così vasto da ammettere l'immensità su cui s'affaccia; eppure anche per distruggere il vostro sguardo venni, e per donarvene uno nuovo, d'Abisso".
Davvero l'artigiano non capì le parole del figlio divino; sembrava soltanto intento a chinar la testa per celare il suo scherno. Disse infine: "Non distruggere il mio sguardo, giovane padrone. Ecco: ti ho portato dalle mie terre un dono". E mentre tagliava il silenzio con quelle parole, estrasse dalla sua sacca una statua, d'argilla, e un pennello, e dell'inchiostro.
Non avrebbe reso che pochi danari, al mercato, quel lavoro: era plasmato da mani inesperte, e crepe su di esso rivelavano un fuoco troppo violento nel forno del suo paese. E nonostante sul volto dell'artigiano vi fossero i segni della saggezza, con il pennello non fece altro che tracciare una lettera, Shin,

sulla fronte del feticcio; e una goccia che colava sembrò fatica e sudore, lagrime nere.
Di nuovo si mossero le guardie per scacciare l'uomo: ma se ne andò da solo, mestamente, e sembrò che quel mattino mai nessuno fosse venuto in visita.
Disse infine il bambino all'idolo: "Questa piccola mano che ora stringo in un pugno, questa tenera porzione di tremenda eternità, sarà spada per voi immagini antiche, distruzione di quanto fu già scritto".
Rispose la statua: "Di terra e sangue è il tuo soffio di vipera; sulla terra e sul sangue poggia il tuo trono".
Tuonò il fanciullo! "Infame abominio! Opera stolta! Non vedi la legge nuova che io porto, il fragore della rivoluzione?"
E spiegò la legge nuova fino a sera, e le guardie si prostrarono ai suoi piedi, in meraviglia. Ma sorrise soltanto l'abominio, sorrise soltanto: quelle nuove verità le aveva udite da tempo sulla bocca di infinite albe, infiniti tramonti.
E fu colmo d'ira il cuore del bambino, e in quell'ira traboccante levò il pugno, mandò in frantumi il dono: oracolo dei secoli a venire.
Ma accadde che una scheggia della statua si conficcò sotto l'unghia rosata del principe, e restò lì sino alla sua morte, tormentandolo di dolori, e d'infezioni: oracolo dei secoli venturi.

martedì 1 febbraio 2011

Forze nascoste

I nostri anziani raccontano di come un tempo si credeca che sottoterra vivessero enormi serpenti, simili a vermi ciechi - e dicevano che dai loro sussulti privi d'amore fossero nate le montagne, dai loro scoppi d'ira i laghi.
E sostenevano ch'era proibito adorarli, e stolto pregarli, e inutile.
Ma nelle stalle, nelle veglie d'estate, ancora si possono udire voci bagnate dal vino sussurrare lamenti agli antichi dèi morti.