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martedì 22 gennaio 2013
martedì 5 aprile 2011
"Privacy" - dietro la maschera dell'intimità
1. Una delle correnti psichiche che in questi anni soffiano sulle braci delle nostre preoccupazioni ed angosce è la questione della privacy.
Il termine si traduce, negli effetti pratici, in un'acuita, se non eccessiva, sensibilità all'intromissione altrui nella propria vita riservata. Ne è derivato un intrigo normativo con la funzione di tutelare (o meglio, di rassicurare) i segreti della vita intima di ognuno dai tanto temuti quanto indefiniti occhi indiscreti altrui. E' solo in apparenza un paradosso che da queste leggi protettive sia di fatto derivato un ulteriore aggravarsi della paura di veder violata la propria "privacy", fino a raggiungere livelli di paranoia patologici.
E' evidente che nella 'privacy' di tutti noi è contenuto un segreto così sordido da farci tremare all'idea che qualcuno ne venga a conoscenza.
Cosa può esserci di tanto fuori dalla norma e dalla morale comune nascosto nel cuore dell'uomo qualunque? Che genere di mostruosi segreti può nascondere una casalinga di mezz'età, o un giovane avvocato, un falegname prossimo alla pensione o un studente al primo anno di università?
Forse qualche amore infedele, un sentimento di ribellione, qualche imbroglio, o un attimo di bassezza dello spirito culminato in un atto di cui vergognarsi: banalità, banalità, nient'altro che banalità.
Abbiamo paura che qualcuno venga ad indagare nella nostra vita nascosta: ma poi, chi verrebbe ad indagare nei nostri piccoli e noiosi segreti? A che scopo impicciarsi nei nostri oscuri affari da poco conto?
Forse abbiamo paura che qualcuno scopra che anche nel nostro intimo siamo così banali? Che nel Sancta Sanctorum dei nostri segreti non c'è custodito che del ciarpame da quattro soldi? Lo nascondiamo agli altri o lo nascondiamo a noi stessi?
2. -OMISSIS-
3. Spesso si giustifica la rivendicazione della 'privacy' con la tematica del controllo: il governo, o le grandi ditte multinazionali, o qualche altra entità vista come malevola controlla infatti molto meglio una popolazione se la conosce, se è in possesso di molti dati dettagliati riguardo i singoli individui.
Ma conoscere il singolo individuo sarebbe una precauzione inutile: è molto più semplice ed efficiente conoscere il comportamento della massa, del popolo nella sua interezza.
La volontà della massa è molto, molto più malleabile dalle parole e dalle immagini rispetto a quella d'un individuo.
Oltretutto esser conosciuti non ci mette in potere di chi ci conosce, vale anzi l'opposto. Conosciamo tutto della vita dei re, dei capi di governo e di chi ci comanda: ma non per questo possiamo alcunché contro di loro. E' proprio tramite il fatto che noi li conosciamo che loro possono comandarci (ciò a patto di non indugiare in quel genere di fantasie che vede dietro ogni evento della storia un potere occulto, celato dietro le quinte).
Di contro, si pensi al cittadino anonimo d'una delle tante città dell'Impero: pochi lo conoscono o sanno chi sia, ma non per questo ha più libertà d'azione. Anzi, proprio per questo conta ben poco nei giochi del potere.
martedì 29 marzo 2011
Uno e Molti (arte dell'intrecciare)
L'anello di una catena è chiuso, e rigido; di contro, la catena formata da questi anelli è aperta alle estremità, ed è flessibile.
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lunedì 21 marzo 2011
Quando cogliemmo la rugiada secca
Dormivo nella mia grotta, sul mio giaciglio, quando la notte fu spenta da una luce non d'uomo: in essa nove messaggeri, danze lineari e distaccate.
Mentre danzavano, accadde che la luce, e il calore in essa, bruciò tutto ciò che di organico nella grotta vi fosse, e calcinò tutto ciò che organico non era.
Si avvinghiarono attorno al mio scheletro, avvolgendomi senza quasi più distinzione, e mi trascinarono verso cieli di spirito. Come rugiada al sole evaporarono i loro vestiti e, con l'aumentar dell'altezza, la loro pelle, gli organi e persino il loro soffio vennero al nulla.
Il mio resto fu allora condotto alla Sorgente, ed essa non parlò a me, ma continuò il suo canto, ch'è eterno, immutabile eppur sempre diverso, fluente dal silenzio al silenzio.
Il divenire
Quando il mio spirito si arrese al vibrare della sorgente, vidi l'immagine di un uomo, con una sfera d'avorio nella mano destra, ed una d'ebano nella sinistra.
Azione-reazione; causa-effetto
Così mi parlò: "Quando l'Essere venne a sè stesso, creò nell'abbandono il Non Essere; ogni azione infatti è cambiamento, e se ogni cambiamento è un moto, pure non v'è moto senza conseguenza; ecco, ciò che chiamate esistenza è questo mistero.
Tempo, e sua direzione; entropia; movimento
Quando lo spettro dell'uomo ebbe allontanato fra loro le sfere (e parve ai miei occhi che nel farlo anche lui venisse diviso) potei vedere un serpente librarsi nell'aria, passando da una sfera all'altra; e nel farlo contaminava la sfera candida con gocce di quella oscura, come se il suo corpo immondo ne trascinasse l'essenza; altrettanto faceva della sfera nera, striandola di un bianco neve.
Mai però le sfere divenivano uguali: piuttosto si cristallizzavano in vortici sempre più minuti, come una curva che rasenta un limite senza mai toccarlo.
Cercai di afferrare per la testa il serpente, ma questi divenne fuoco: e la cicatrice che la mia mano porta ne è segno e memoria.
Una voce dunque mi disse: la divisione dell'uno permette il mutamento, e il tempo in esso, ma ricorda: "Quando Dio trasse dall'oscurità le stelle, egli vide che le stelle si dispersero in cerchi d'infinite sfere attorno a lui: ma sembrò alle stelle che il corpo di Dio si smembrasse, e che ognuna di esse ne ricevesse una parte. Per evitare ciò il serpente inquina le sfere; e solo il serpente sa se mai queste torneranno ad esser una".
Energia
Non so per quanto tempo rimasi ad osservare la danza del serpente: nella mia mente non c'era pensiero, l'intera mia mente era vista. E quando in questa venne a scavarsi il solco del suo cammino, lo vidi liberarsi della sua pelle, ed apparire come una scia di scintille; continuamente andavano disperdendosi, ma nessuna di esse svaniva . e pur mescolandosi alla divisione, la loro luce complessiva rimaneva sempre costante: "E', Era, Sarà".
Materia e massa
La pelle del serpente intanto era diventata simile ad un uovo, oscuro e opaco. E benchè l'uovo fosse consustanziale alle scintille (la sua oscurità era infatti un concentrarsi, un collassare di luce), in esso era rappresentato il mantenimento, laddove il brillare di fiamme era cambiamento. Perciò venne dato all'uovo un nome di Madre.
Forze e campi
Questi erano i regni dei Tetrarchi, ai quali fu dato il potere di legare, e di sciogliere.
I loro regni si sovrappongono, eppur sono distinti i loro poteri; promanano forza come una sorgente, e nella distanza si affievolisce il loro vigore.
Temperatura; struttura della materia
Grande fu la mia sorpresa quando la mia mano raccolse l'uovo, chè l'avevo stimato freddo di movimenti; e invece tutto in lui era danza, vibrazione, dall'Eterno Enorme al Momento Minuscolo.
Di nuovo e sempre, "Esistenza è Mutamento".
Chimica
Ma quell'incendio per noi ciechi è una foresta ghiacciata; ed è in quei ghiacci che fu intagliata la città-reticolo di Khem. E col passare dei secoli, nelle sue torre presero dimora i Vermi dello Spirito.
"Leggi" o le immagini che così chiamiamo
Per ore, giorni e anni la sorgente si agitò, in infinite ricombinazioni di quanto avevo già visto.
Conobbi così molti misteri, le fragili leggi che comandano il mondo della mescolanza.
Conclusione
Eppure, più si ramificavano i riflessi della sorgente, più distante mi trascinavano dalla Radice, che io cercavo.
Nella stoltezza dell'ira, nella voracità prosciugai la sorgente d'un sorso.
-
Ecco, il doppio nodo, il Nous nella materia. Attraverso infiniti messaggeri (ed ogni messaggero era uno strato di degrado) mi venne detto:
"Ciò che hai visto finora sono i miei spettri che la Natura ha accolto in sè.
Dal mio soffio venne velata, e a me il velo ritorna, e quel velo è conoscenza: integrazione del Sè e dell'Altro. La Natura Vergine è infatti simile all'umano verbo "Essere" - se non viene legata da limitazioni è inconoscibile.
Fui io a gettare il seme della divisione, detto "L'Inizio"; eppure anch'io sono divisione.
Fui io a modellare le immagini che hai visto fin'ora, eppure da esse son nato.
Va', e aggioga queste astrazioni alla Vita: essa sola regna infatti il vostro mondo"
Mentre danzavano, accadde che la luce, e il calore in essa, bruciò tutto ciò che di organico nella grotta vi fosse, e calcinò tutto ciò che organico non era.
Si avvinghiarono attorno al mio scheletro, avvolgendomi senza quasi più distinzione, e mi trascinarono verso cieli di spirito. Come rugiada al sole evaporarono i loro vestiti e, con l'aumentar dell'altezza, la loro pelle, gli organi e persino il loro soffio vennero al nulla.
Il mio resto fu allora condotto alla Sorgente, ed essa non parlò a me, ma continuò il suo canto, ch'è eterno, immutabile eppur sempre diverso, fluente dal silenzio al silenzio.
Il divenire
Quando il mio spirito si arrese al vibrare della sorgente, vidi l'immagine di un uomo, con una sfera d'avorio nella mano destra, ed una d'ebano nella sinistra.
Azione-reazione; causa-effetto
Così mi parlò: "Quando l'Essere venne a sè stesso, creò nell'abbandono il Non Essere; ogni azione infatti è cambiamento, e se ogni cambiamento è un moto, pure non v'è moto senza conseguenza; ecco, ciò che chiamate esistenza è questo mistero.
Tempo, e sua direzione; entropia; movimento
Quando lo spettro dell'uomo ebbe allontanato fra loro le sfere (e parve ai miei occhi che nel farlo anche lui venisse diviso) potei vedere un serpente librarsi nell'aria, passando da una sfera all'altra; e nel farlo contaminava la sfera candida con gocce di quella oscura, come se il suo corpo immondo ne trascinasse l'essenza; altrettanto faceva della sfera nera, striandola di un bianco neve.
Mai però le sfere divenivano uguali: piuttosto si cristallizzavano in vortici sempre più minuti, come una curva che rasenta un limite senza mai toccarlo.
Cercai di afferrare per la testa il serpente, ma questi divenne fuoco: e la cicatrice che la mia mano porta ne è segno e memoria.
Una voce dunque mi disse: la divisione dell'uno permette il mutamento, e il tempo in esso, ma ricorda: "Quando Dio trasse dall'oscurità le stelle, egli vide che le stelle si dispersero in cerchi d'infinite sfere attorno a lui: ma sembrò alle stelle che il corpo di Dio si smembrasse, e che ognuna di esse ne ricevesse una parte. Per evitare ciò il serpente inquina le sfere; e solo il serpente sa se mai queste torneranno ad esser una".
Energia
Non so per quanto tempo rimasi ad osservare la danza del serpente: nella mia mente non c'era pensiero, l'intera mia mente era vista. E quando in questa venne a scavarsi il solco del suo cammino, lo vidi liberarsi della sua pelle, ed apparire come una scia di scintille; continuamente andavano disperdendosi, ma nessuna di esse svaniva . e pur mescolandosi alla divisione, la loro luce complessiva rimaneva sempre costante: "E', Era, Sarà".
Materia e massa
La pelle del serpente intanto era diventata simile ad un uovo, oscuro e opaco. E benchè l'uovo fosse consustanziale alle scintille (la sua oscurità era infatti un concentrarsi, un collassare di luce), in esso era rappresentato il mantenimento, laddove il brillare di fiamme era cambiamento. Perciò venne dato all'uovo un nome di Madre.
Forze e campi
Questi erano i regni dei Tetrarchi, ai quali fu dato il potere di legare, e di sciogliere.
I loro regni si sovrappongono, eppur sono distinti i loro poteri; promanano forza come una sorgente, e nella distanza si affievolisce il loro vigore.
Temperatura; struttura della materia
Grande fu la mia sorpresa quando la mia mano raccolse l'uovo, chè l'avevo stimato freddo di movimenti; e invece tutto in lui era danza, vibrazione, dall'Eterno Enorme al Momento Minuscolo.
Di nuovo e sempre, "Esistenza è Mutamento".
Chimica
Ma quell'incendio per noi ciechi è una foresta ghiacciata; ed è in quei ghiacci che fu intagliata la città-reticolo di Khem. E col passare dei secoli, nelle sue torre presero dimora i Vermi dello Spirito.
"Leggi" o le immagini che così chiamiamo
Per ore, giorni e anni la sorgente si agitò, in infinite ricombinazioni di quanto avevo già visto.
Conobbi così molti misteri, le fragili leggi che comandano il mondo della mescolanza.
Conclusione
Eppure, più si ramificavano i riflessi della sorgente, più distante mi trascinavano dalla Radice, che io cercavo.
Nella stoltezza dell'ira, nella voracità prosciugai la sorgente d'un sorso.
-
Ecco, il doppio nodo, il Nous nella materia. Attraverso infiniti messaggeri (ed ogni messaggero era uno strato di degrado) mi venne detto:
"Ciò che hai visto finora sono i miei spettri che la Natura ha accolto in sè.
Dal mio soffio venne velata, e a me il velo ritorna, e quel velo è conoscenza: integrazione del Sè e dell'Altro. La Natura Vergine è infatti simile all'umano verbo "Essere" - se non viene legata da limitazioni è inconoscibile.
Fui io a gettare il seme della divisione, detto "L'Inizio"; eppure anch'io sono divisione.
Fui io a modellare le immagini che hai visto fin'ora, eppure da esse son nato.
Va', e aggioga queste astrazioni alla Vita: essa sola regna infatti il vostro mondo"
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venerdì 18 marzo 2011
Sulla questione delle "Nuove anime"
Molti si chiedono se col nascere di un nuovo corpo nasca una nuova anima, o se in esso venga a dimorare un'anima preesistente; e ancora se quest'unione si consumi al comcepimento o al momento del primo respiro. Si consideri il seguente:
Ciò che noi chiamiamo "seme" di un fiore è in realtà suo figlio, un piccolo feto racchiuso; piuttosto il nome "seme" spetterebbe al polline. Tuttavia il seme di una pianta è fonte di vita nel grembo della nostra madre Terra: in essa è portatore di calore nel buio, luce nel freddo, ingravidatore, contagio di vita nella materia morta.
Ciò che noi chiamiamo "seme" di un fiore è in realtà suo figlio, un piccolo feto racchiuso; piuttosto il nome "seme" spetterebbe al polline. Tuttavia il seme di una pianta è fonte di vita nel grembo della nostra madre Terra: in essa è portatore di calore nel buio, luce nel freddo, ingravidatore, contagio di vita nella materia morta.
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martedì 15 marzo 2011
L'igiene come mania nella società
Ci sono, nella particolare congiunzione spirituale che si è venuta a formare da una decina d'anni a questa parte, delle tendenze all'inasprimento delle norme sanitarie, in particolar modo negli esercizi pubblici, accompagnate da un'insistenza sull'igiene personale inculcata da educazione e pubblicità commerciali. Non indagheremo sull'ipotesi che vi siano o meno interessi di tipo economico-politico sottostanti: se anche vi fossero resta il fatto che si può imporre qualcosa alla massa solo se in essa c'è un elemento preesistente pronto a ricevere tali imposizioni.
E davvero la mania dell'eccesso di igiene non è un elemento nuovo: nasce dall'effettivo bisogno istintivo di preservare la salute evitando possibili situazioni di contagio. Ma la troviamo, velata, anche nella storia dei popoli: nelle religioni della purezza rituale. Ricorderemo l'ebraismo, con il suo enorme numero di norme igieniche - sia mateiali che spirituali; le abluzioni dei riti dell'Islam; le purificazioni delle dottrine orientali; il battesimo cristiano.
Si potrebbero tracciare numerosi paralleli:
- fra le abluzioni prima di entrare in un tempio e l'igiene personale
- fra il tempio e il proprio corpo
- si potrebbe considerare l'igiene come il mantenimento di uno stato di isolamento, una chiusura dal mondo esterno, in cui la "sporcizia" simboleggia l'influenza del mondo esterno sulla nostra psiche- similmente si potrebbe guardare all'igiene come ad una proiezionei sul piano materiale (un esternazione, e quindi un allontanare da sè) del sentimento di "sporcizia" spirituale.
Si potrebbe andare avanti; ogni similitudine è una prospettiva diversa sul medesimo simbolo.
E' anche interessante sottolineare come vi sia una polarità psichica relativa a questi fatti: ciò che è fortemente sacro spesso confina con l'immondo, e viceversa - si veda come vengono considerati i topi e i porchi nel corso della storia nelle religioni dei vari popoli del Mediterraneo; o si pensi anche al culto del fallo, anch'esso sempre in bilico fra adorazione e ripugnanza; e come il cibo e le bevande sacre possano dare la morte a chi non è preparato a riceverli - dal sangue di bue all'eucaristia cristiana.
Finchè un simbolo è vivo, non è riconoscibile: lo può vedere solo chi è uscito dalla sua inflienza, chi è uscito dal vortice che lo trascinava.
Riguardo l'eccessiva attenzione all'igiene odierna, possiamo dire che psicologicamente è positiva in quanto fornisce una valvola di sfogo ad elementi di insoddisfazione e malessere che altrimenti potrebbero manifestarsi in maniera più distruttiva. Dubito che possano venir facilmente compresi dalla massa i motivi che causano queste manie - dubito anzi che ciò sia persino possibile. Perchè il fenomeno cessi le cause devono cessare, per altri motivi, o manifestare i loro effetti tramite altri canali.
Fino a quel momento la nostra società sarà prigioniera dell'eccesso di igiene, assieme ad altre "manie", disagi proiettati in comportamenti sociali quali la carità, il perbenismo ed altre "genuine" ipocrisie. Stabilire se ciò sia bene o male è una scelta delicata, e forse stolta.
Nei risvolti fisici invece l'eccesso di igiene non può che essere negativo: simile negli effetti ad una madre troppo premurosa che soffoca la volontà di un figlio, imprigionandolo nell'infanzia; renderà debole il corpo, incapace di affrontare ogni benchè minimo avversità.
E davvero la mania dell'eccesso di igiene non è un elemento nuovo: nasce dall'effettivo bisogno istintivo di preservare la salute evitando possibili situazioni di contagio. Ma la troviamo, velata, anche nella storia dei popoli: nelle religioni della purezza rituale. Ricorderemo l'ebraismo, con il suo enorme numero di norme igieniche - sia mateiali che spirituali; le abluzioni dei riti dell'Islam; le purificazioni delle dottrine orientali; il battesimo cristiano.
Si potrebbero tracciare numerosi paralleli:
- fra le abluzioni prima di entrare in un tempio e l'igiene personale
- fra il tempio e il proprio corpo
- si potrebbe considerare l'igiene come il mantenimento di uno stato di isolamento, una chiusura dal mondo esterno, in cui la "sporcizia" simboleggia l'influenza del mondo esterno sulla nostra psiche- similmente si potrebbe guardare all'igiene come ad una proiezionei sul piano materiale (un esternazione, e quindi un allontanare da sè) del sentimento di "sporcizia" spirituale.
Si potrebbe andare avanti; ogni similitudine è una prospettiva diversa sul medesimo simbolo.
E' anche interessante sottolineare come vi sia una polarità psichica relativa a questi fatti: ciò che è fortemente sacro spesso confina con l'immondo, e viceversa - si veda come vengono considerati i topi e i porchi nel corso della storia nelle religioni dei vari popoli del Mediterraneo; o si pensi anche al culto del fallo, anch'esso sempre in bilico fra adorazione e ripugnanza; e come il cibo e le bevande sacre possano dare la morte a chi non è preparato a riceverli - dal sangue di bue all'eucaristia cristiana.
Finchè un simbolo è vivo, non è riconoscibile: lo può vedere solo chi è uscito dalla sua inflienza, chi è uscito dal vortice che lo trascinava.
Riguardo l'eccessiva attenzione all'igiene odierna, possiamo dire che psicologicamente è positiva in quanto fornisce una valvola di sfogo ad elementi di insoddisfazione e malessere che altrimenti potrebbero manifestarsi in maniera più distruttiva. Dubito che possano venir facilmente compresi dalla massa i motivi che causano queste manie - dubito anzi che ciò sia persino possibile. Perchè il fenomeno cessi le cause devono cessare, per altri motivi, o manifestare i loro effetti tramite altri canali.
Fino a quel momento la nostra società sarà prigioniera dell'eccesso di igiene, assieme ad altre "manie", disagi proiettati in comportamenti sociali quali la carità, il perbenismo ed altre "genuine" ipocrisie. Stabilire se ciò sia bene o male è una scelta delicata, e forse stolta.
Nei risvolti fisici invece l'eccesso di igiene non può che essere negativo: simile negli effetti ad una madre troppo premurosa che soffoca la volontà di un figlio, imprigionandolo nell'infanzia; renderà debole il corpo, incapace di affrontare ogni benchè minimo avversità.
venerdì 4 marzo 2011
Leggi e dimensioni
All'aumentare di dimensioni di un sistema aumenta la rigidità delle regole che lo disciplinano.
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martedì 1 marzo 2011
La "storia" personale - predestinazione e predisposizione
Sembra esserci a livello inconscio, in ogni uomo, un'idea di sè stessi, che condiziona la vita e le scelte dell'individuo.
Può esserci, per esempio, colui che ha un'immagine di sè come di un uomo giusto, ma che viene tradito dagli altri: egli accrescerà a dismisura, a livello di percezione interna, ogni minimo screzio con gli altri, chiudendo gli occhi sule proprie responsabilità e sui propri errori - ciò, si badi bene, sempre non coscientemente.
Oppure ancora vi potrebbe essere colui che ha l'immagine di sè come di un uomo che viene abbandonato da tutti: costui sorvolerà, quasi non se ne accorgesse, sulle amicizie e sulle manifestazioni di affetto nei suoi confronti, ed eleverà piuttosto ad emblema ogni caso che gli fornisca un pretesto per confermare le sue idee; ciò sempre nella buona fede della coscienza.
Dunque questa immagine agisce da filtro, se non da distorsione, nel passaggio fra mondo esterno e psiche; ma anche come condizionamento all'interno: come una spinta inconscia a compiere azioni che in superfice sono mirate ad uno scopo, ma che "incidentalmente" portano poi ad una situazione confacente alla predisposizione.
E' normale, ed in un certo senso persino giusto, che una simile coazione venga vissuta come forza esterna: sfortuna, destino, karma, provvidenza, volontà divina, daimon...
C'è da dire inoltre che, trovandosi esterna alla coscienza, essa ha un influsso maggiore sulle persone meno "differenziate", meno distaccate dal mondo inconscio, con un'individualità meno sviluppata; viceversa, sarà minore nelle persone più autocoscienti -tenendo sempre presente tuttavia i casi in cui la differenziazione è in realtà uno sviluppo "forzato" e in cui l'inconscio, invece di essere integrato alla coscienza, fa da contraltare compensatorio, agendo come contro-forza rispetto alla coscienza: in tal caso la forza dell'immagine sarà maggiore.
Anche per questo l'immagine di sè traspare più potentenmente nella psiche degli anziani, di coloro che intraprendono il "viaggio del ritorno" dopo aver raggiunto l'apice della propria vita.
Sull'origine e il formarsi di tali immagini posso solo fare ipotesi - la causa principale pare trovarsi in esperienze infantili vissute molto profondamente, le quali lasciano un segno sugli anni futuri, un'incisione accentuata dall'abitudine.
Tale cicatrice formerà così una predisposizione associativa che interpreta e si sovrappone al mondo esterno: si può definire quindi una sorta di controparte individuale di ciò che gli archetipi junghiani sono nell'inconscio collettivo.
Può esserci, per esempio, colui che ha un'immagine di sè come di un uomo giusto, ma che viene tradito dagli altri: egli accrescerà a dismisura, a livello di percezione interna, ogni minimo screzio con gli altri, chiudendo gli occhi sule proprie responsabilità e sui propri errori - ciò, si badi bene, sempre non coscientemente.
Oppure ancora vi potrebbe essere colui che ha l'immagine di sè come di un uomo che viene abbandonato da tutti: costui sorvolerà, quasi non se ne accorgesse, sulle amicizie e sulle manifestazioni di affetto nei suoi confronti, ed eleverà piuttosto ad emblema ogni caso che gli fornisca un pretesto per confermare le sue idee; ciò sempre nella buona fede della coscienza.
Dunque questa immagine agisce da filtro, se non da distorsione, nel passaggio fra mondo esterno e psiche; ma anche come condizionamento all'interno: come una spinta inconscia a compiere azioni che in superfice sono mirate ad uno scopo, ma che "incidentalmente" portano poi ad una situazione confacente alla predisposizione.
E' normale, ed in un certo senso persino giusto, che una simile coazione venga vissuta come forza esterna: sfortuna, destino, karma, provvidenza, volontà divina, daimon...
C'è da dire inoltre che, trovandosi esterna alla coscienza, essa ha un influsso maggiore sulle persone meno "differenziate", meno distaccate dal mondo inconscio, con un'individualità meno sviluppata; viceversa, sarà minore nelle persone più autocoscienti -tenendo sempre presente tuttavia i casi in cui la differenziazione è in realtà uno sviluppo "forzato" e in cui l'inconscio, invece di essere integrato alla coscienza, fa da contraltare compensatorio, agendo come contro-forza rispetto alla coscienza: in tal caso la forza dell'immagine sarà maggiore.
Anche per questo l'immagine di sè traspare più potentenmente nella psiche degli anziani, di coloro che intraprendono il "viaggio del ritorno" dopo aver raggiunto l'apice della propria vita.
Sull'origine e il formarsi di tali immagini posso solo fare ipotesi - la causa principale pare trovarsi in esperienze infantili vissute molto profondamente, le quali lasciano un segno sugli anni futuri, un'incisione accentuata dall'abitudine.
Tale cicatrice formerà così una predisposizione associativa che interpreta e si sovrappone al mondo esterno: si può definire quindi una sorta di controparte individuale di ciò che gli archetipi junghiani sono nell'inconscio collettivo.
martedì 22 febbraio 2011
Alcune considerazioni sulla razionalità
Nella parola "razionalità" è implicito il ferimento ad un confronto fra almeno due entità.
Per questo uno "scopo ultimo" non può essere razionale: perchè uno scopo lo è solo se è utile ad un altro fine - se è un mezzo per qualcos'altro. Il fine della catena è dunque, per forza, irrazionale.
L'uomo ha un sostrato biologico; per questo non è possibile applicare logiche ferree e razionalistiche al suo agire ed essere. Anche da questo viene il fallire di sistemi sociali utopici e/o totalitari.
Tutto ciò che esiste, per lo meno in campo biologico, psicologico e sociologico, ha un suo fine, una sua motivazione - e questo non per un finalismo innato ma, se non altro, per una selezione di stampo darwiniano operata nel tempo: ciò che non svolge un compito, e ciò che non raggiunge uno scopo, viene nei secoli eliminato in quanto spreco di risorse.
Perciò è pericoloso eliminare elementi solo in vase a ragionamenti o sequenze logiche: c'è spesso, per non dir sempre, un'utilità nascosta. Un ottimo esempio è la sopressione prematura di 'superstizioni', religioni e credenze da parte di una mentalità illuministica: ne abbiamo avuto in cambio la nevrosi dell'uomo moderno, e forse anche la sua perdita di direzione e di senso.
Infatti non si possono forzare simili cessazioni: al massimo si può rischiare di trasferire gli elementi sopressi in altre manifestazioni.
Per questo uno "scopo ultimo" non può essere razionale: perchè uno scopo lo è solo se è utile ad un altro fine - se è un mezzo per qualcos'altro. Il fine della catena è dunque, per forza, irrazionale.
L'uomo ha un sostrato biologico; per questo non è possibile applicare logiche ferree e razionalistiche al suo agire ed essere. Anche da questo viene il fallire di sistemi sociali utopici e/o totalitari.
Tutto ciò che esiste, per lo meno in campo biologico, psicologico e sociologico, ha un suo fine, una sua motivazione - e questo non per un finalismo innato ma, se non altro, per una selezione di stampo darwiniano operata nel tempo: ciò che non svolge un compito, e ciò che non raggiunge uno scopo, viene nei secoli eliminato in quanto spreco di risorse.
Perciò è pericoloso eliminare elementi solo in vase a ragionamenti o sequenze logiche: c'è spesso, per non dir sempre, un'utilità nascosta. Un ottimo esempio è la sopressione prematura di 'superstizioni', religioni e credenze da parte di una mentalità illuministica: ne abbiamo avuto in cambio la nevrosi dell'uomo moderno, e forse anche la sua perdita di direzione e di senso.
Infatti non si possono forzare simili cessazioni: al massimo si può rischiare di trasferire gli elementi sopressi in altre manifestazioni.
venerdì 11 febbraio 2011
In cerca d'un oasi
"Perchè Dio non ascolta le nostre preghiere?"
Forse è soltanto stufo, annoiato: analizzate le vostre preghiere!
Esse si compongono di lagne, se non di rimproveri velati:
Dio, perchè hai fatto morire quel tale? Dio, fa cessare la siccità! Dio, sono infelice (di ciò che mi hai dato)...
Oppure son elenchi di vostri desideri, di favori di poco conto chiesti al Dio vivente, simili ad una lista della spesa: Signore, dammi la forza, dammi la saggezza, mostrami la retta via (se mi perderò sarà quindi colpa tua), dammi questo, dammi quest'altro...
In cambio lo si loda con blandizie e sfoggi di sottomissione che non sedurrebbero il più avido di complimenti dei tiranni: Sei forte, sei potente, tua è la gloria... sempre, beninteso, se mi accordi i favori che ti ho chiesto.
"Preghiera" è addirittura diventato, nel linguaggio corrente, sinonimo di "richiesta un po' scocciante di favori"!
Possibile che non ci sia un poeta capace di comporre preghiere che non siano così meschine, noiose, così miseramente umane?
Allora forse Dio tornerebbe ad ascoltare la voce dell'Uomo che lo chiama.
Forse è soltanto stufo, annoiato: analizzate le vostre preghiere!
Esse si compongono di lagne, se non di rimproveri velati:
Dio, perchè hai fatto morire quel tale? Dio, fa cessare la siccità! Dio, sono infelice (di ciò che mi hai dato)...
Oppure son elenchi di vostri desideri, di favori di poco conto chiesti al Dio vivente, simili ad una lista della spesa: Signore, dammi la forza, dammi la saggezza, mostrami la retta via (se mi perderò sarà quindi colpa tua), dammi questo, dammi quest'altro...
In cambio lo si loda con blandizie e sfoggi di sottomissione che non sedurrebbero il più avido di complimenti dei tiranni: Sei forte, sei potente, tua è la gloria... sempre, beninteso, se mi accordi i favori che ti ho chiesto.
"Preghiera" è addirittura diventato, nel linguaggio corrente, sinonimo di "richiesta un po' scocciante di favori"!
Possibile che non ci sia un poeta capace di comporre preghiere che non siano così meschine, noiose, così miseramente umane?
Allora forse Dio tornerebbe ad ascoltare la voce dell'Uomo che lo chiama.
martedì 8 febbraio 2011
Sul voler diventar divini
E' desiderio di asceti e mistici l'esser tutt'uno con Dio, divenir Dio essi stessi; e davvero non è difficile, chè basta abbandonare tutto ciò che di umano si ha.
Eppure la tendenza di un albero è di salire verso il cielo; ma il seme di quell'albero deve cadere per fruttificare.
Che si direbbe di un seme che non vuole abbandonare il frutto, o di uno che vuole ritornare verso il cielo, rifiutando la terra?
Per cadere furono creati, per gettar radici nella sporca terra. E allora dal loro germoglio sorgerà un nuovo albero.
Eppure la tendenza di un albero è di salire verso il cielo; ma il seme di quell'albero deve cadere per fruttificare.
Che si direbbe di un seme che non vuole abbandonare il frutto, o di uno che vuole ritornare verso il cielo, rifiutando la terra?
Per cadere furono creati, per gettar radici nella sporca terra. E allora dal loro germoglio sorgerà un nuovo albero.
martedì 1 febbraio 2011
Volta
Lo scorrere del tempo è causato dalla memoria
martedì 11 gennaio 2011
Maledizione di mezz'età
Ogni male viene dal desiderio
ma il male più grande è la mancanza di desiderio.
ma il male più grande è la mancanza di desiderio.
venerdì 31 dicembre 2010
Rassegnati
Molti saggi sono concordi nel sostenere che conoscendo le correnti profonde della nostra anima, che sono le determinanti del destino, noi potremmo incanalarle a piacimento, per mezzo della volontà.
Ma queste correnti sono simili nell'impeto a un fiume dopo i disgeli della primavera: e quante volontà sono annegate cercando di remare nel senso sbagliato!
Forse la vera Libertà è l'accordo di Energia e Controllo, sì che ogni colpo di remo sia una benedizione della corrente, e non uno scontro soffocante.
Ma queste correnti sono simili nell'impeto a un fiume dopo i disgeli della primavera: e quante volontà sono annegate cercando di remare nel senso sbagliato!
Forse la vera Libertà è l'accordo di Energia e Controllo, sì che ogni colpo di remo sia una benedizione della corrente, e non uno scontro soffocante.
martedì 28 dicembre 2010
Senza più peso
Se non fosse per l'oblio la spontaneità morirebbe per sempre al sorgere dell'autocoscienza.
venerdì 24 dicembre 2010
Le due facce della pace
A seguir la fantasia popolare sembra che la pace sopraggiunga come il disgelo dopo un lungo inverno, un fiorire di amore e perdono che dissolve in un istante lunghi anni di rancore, odio fra fratelli e crimini inenarrabili.
La pace è invece spesso, o sempre, la ratificazione del prevalere del vincitore sul debole; i suoi termini sono umilianti per chi ha perso e ulteriore occasione di razzia di chi ha vinto; per il popolo che la subisce comporta il passaggio dalla morte per bombardamenti a quella per stenti. (Si noti che al momento di entrare in guerra è l'intera nazione a prender le armi, mentre all'avvicinarsi di una sconfitta, o in caso di una vittoria pagata troppo cara, il popolo si dissocia, negando ogni coinvolgimento ed addossando a capi e condottieri ogni responsabilità, come se fossero stati gli unici animati da volontà bellicose)
Ciò è in fondo un riflesso del principio di realtà: ogni cosa ha un suo costo e dalla guerra può nascere un vincitore, ma non di certo due.
Si può accettare una simile mesta realtà, o chiudere gli occhi ad essa e fingere con un infantile auto-inganno che non esista. Quest'ultima via ha il proprio fascino e di certo anche la sua utilità; il grande seguito che essa esercita è ben visibile nella necessità che abbiamo di chiudere col lieto fine ogni storia che si racconti
La pace è invece spesso, o sempre, la ratificazione del prevalere del vincitore sul debole; i suoi termini sono umilianti per chi ha perso e ulteriore occasione di razzia di chi ha vinto; per il popolo che la subisce comporta il passaggio dalla morte per bombardamenti a quella per stenti. (Si noti che al momento di entrare in guerra è l'intera nazione a prender le armi, mentre all'avvicinarsi di una sconfitta, o in caso di una vittoria pagata troppo cara, il popolo si dissocia, negando ogni coinvolgimento ed addossando a capi e condottieri ogni responsabilità, come se fossero stati gli unici animati da volontà bellicose)
Ciò è in fondo un riflesso del principio di realtà: ogni cosa ha un suo costo e dalla guerra può nascere un vincitore, ma non di certo due.
Si può accettare una simile mesta realtà, o chiudere gli occhi ad essa e fingere con un infantile auto-inganno che non esista. Quest'ultima via ha il proprio fascino e di certo anche la sua utilità; il grande seguito che essa esercita è ben visibile nella necessità che abbiamo di chiudere col lieto fine ogni storia che si racconti
venerdì 17 dicembre 2010
Morte e rinascita delle idee
1. L'incendio di libri
Il primo compito di ogni nuovo regno è distruggere i monumenti del regno precedente. Forse solo lo storico, l'amante della Memoria piange questa perdita: per la popolazione le statue del despota caduto non hanno più alcun valore, se non per la soddisfazione che possono offrire nell'esser rovesciate e fatte a pezzi. Nemmeno l'artista si dispera della perdita di tali forme; si tratta, solitamente, di impressioni poco raffinate, create in velocità non sotto la chiamata interiore dell'arte ma sotto la sferza del comando e la lusinga del denaro.
L'arista che si trovi costretto a creare una statua di un regnante abbia l'accortezza di realizzarla non con il marmo ma col bronzo: la si potrà poi fondere ed il materiale non andrà sprecato!
Quando invece è una nuova cultura ad affermarsi, con l'impeto e forse anche arroganza propri della gioventù, emerge la necessità di materializzare la propria novità, la propria diversità, con un gesto eclatante e distruttivo verso il passato.
Il modo più conosciuto- e forse il più deplorato- di tale distinzione è l'incendio di libri.
Prendete una mela e chiudetela ermeticamente in una sfera di vetro; il tempo la renderà dapprima fiacca, poi marcia, le ruberà i colori e farà delle sue forme tondeggianti una poltiglia cadente. Tutto ciò che componeva la mela è ancora contenuto nella sfera di vetro, niente è fuoriuscito da essa; ma la mela è persa per sempre, e non esiste sostanza, reagente, medicina, incantesimo o preghiera che possa riformare la mela a partire da quel marcio cadavere.
Però se quella singola mela è perduta, di certo non smettono di esistere con essa le mele. Lo stesso vale per le idee che bruciano sulle pagine di quei libri: cadono come le foglie ai primi rigori dell'autunno, e se al vederle il nostro cuore si tinge di tristezza, sappiamo comunque che ritorneranno ad esser generate in primavera.
Così l'incendio della biblioteca di Alessandria brucia ancora con dolore nel cuore dei sapienti; ma quel che col fuoco è andato perduto del tutto è soltanto memoria storica, resoconti di fatti. Le idee particolari, le verità che erano state affidate ai libri che vennero divorati dalle fiamme provengono invece dal profondo dell'animo umano, sono come codificate nel sangue stesso dell'uomo, ed è li che sono custoditi e tramandati i tipi originari di esse, al riparo da ogni incendio.
Prendiamo ad esempio l'idea del dualismo: quand'anche riuscissimo a raccogliere e distruggere tutti i libri che ne parlano o che soltanto alludono ad esso, e mettessimo a morte tutti quelli che han studiato tale concetto, non passerebbe il tempo d'una generazione perchè rinasca in qualcuno l'idea del dualismo, con un intuizione che egli crede sua ma che in realtà è dell'umanità stessa, e tale idea 'nuova' si diffonderà con la massima velocità perchè è già tacitamente presente nel cuore di ognuno.
Certo, l'idea non sarà esattamente la stessa, così come nessuna foglia è uguale alle sue sorelle; ma distinguere foglia da foglia d'uno stesso albero, assegnando loro nomi e misurandone le differenze, è una scienza molto vicina alla pedanteria. Semmai potremmo vedere in quella differenza una sorta di progresso, così come l'evoluzione darwiniana muove il passo sfruttando le differenze fra genitori e figli.
Lo scorrere del mutamento che si perpetra dando alla luce un figlio presuppone la propria morte; così potremmo vedere l'incendio dei libri come una liberazione di quell'energia intrappolata nelle forme dei vecchi libri, a beneficio dei libri che stanno per nascere.
2. Il centro del cerchio
Si confrontino le forme delle varie macine per il grano primordiali escogitate dai popoli nelle prime fasi della loro storia: sono talmente simili da far pensare ad un'origine unica nel tempo e nello spazio, poi diffusasi con lo spargersi dell'umanità sulla terra. Ma tale ipotesi è difficile a sostenersi; anche qui è probabile che ogni macina primordiale sia stata 'inventata', come se fosse un'idea propria, in ogni era iniziale di ogni popolo da una persona più vicina degli altri alla sotterranea fonte dell'intuizione.
La macina si assesta in seguito nella classica forma circolare, ruotante sul centro.
C'è un altra idea che ricorre costantemente nella storia dei popoli, che si basa in fondo sulla stessa geometria: l'aristocrazia.
Una popolazione, una tribù, una nazione possono infatti esser ottimamente descritte, tramite astrazione grafica, dal cerchio: un insieme omogeneo interno, chiuso, protetto e distinto dall'indifferenziato esterno.
E' connaturato alla mente umana trovare e segnare col pensiero il centro di questo cerchio: è questo infatti il punto principale di esso, l'unico punto che conta e che si differenzia dagli altri possibili all'interno della circonferenza.
Il centro riassume in sè il cerchio intero, ne è il riferimento, il cardine attorno cui ruota tutto il resto, il punto d'equilibrio.
Se dunque il popolo è un cerchio, il suo centro ne è il capo, colui che lo comanda; e nella semplicità e purezza dei desideri nobili ed ingenui, questo posto di comando spetta al migliore del popolo.
Da un lato è la stessa essenza del popolo a creare l'aristocrazia per porla al proprio comando; dall'altro è questa a plasmare il popolo che l'ha creata, e in tal modo l'uno si mette a servizio dell'altro, vicendevolmente.
Perchè questa bella idea non funziona, se non per breve tempo prima di degenerare? Da dove s'insinua l'inimicizia che sappiamo contrapporre il popolo alla nobiltà? Ebbene, avete mai visto un cerchio, un cerchio perfetto, in natura?
Provate a disegnare un cerchio con una matita, non vedete che differenza corre fra questo e la corrispondente idea geometrica?
Certo, vi si può trovare un punto che corrisponda pressappoco al centro; ma col tempo la rotazione attorno a questo punto inesatto comporterà delle forze di deriva che porteranno l'intero sistema ad un disequilibrio sempre più turbolento (Tutto questo discorso vale anche vedendo il cerchio come simbolo della singola persona: si mediti sulla locuzione 'personalità eccentrica').
L'instabilità infine scoppia nel fuoco violento delle rivoluzioni, o in quello più mesto dei cambiamenti; nonostante i nomi altisonanti, non si tratta in fondo di mutamenti epocali ma di semplici riassestamenti: cambi di persone, cambi di nomi di istituzioni, calibrazioni così sottili da rischiar di passare per banalità di fronte al rumore della battaglia che li ha introdotti.
E se anche il vecchio cerchio cadesse come una foglia in autunno, ne nascerà uno nuovo in primavera: un altro cerchio tracciato male, qualcosa che si approssima ad un cerchio, che non vivrà per l'eternità, ma che saprà durare fino al prossimo autunno - ed è il tempo che basta.
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Fiume amaro
Pensiamo alla nostra vita attraverso il tempo come ad una freccia scoccata dal passato al futuro; una nave che con infallibile sicurezza segue una rotta immutabile.
E chiamiamo questa rotta 'tempo' ma in realtà il tempo è l'oceano: è un suo capriccio la nostra sicumera, e basterebbe una sua onda a confondere le nostre direzioni, rendendo passato, presente e futuro nient'altro che parole annegate.
L'immagine è rubata da qui!
venerdì 4 giugno 2010
Polvere
L'architettura di ferro e vetro è il racconto d'un epoca dell'uomo.
Appena costruita è un cristallo di potenza e leggerezza, un'ardito gioco di acciaio e luce, un sogno forte senza peso.
Ma passano pochi anni, ed ecco che siamo chiusi da gabbie di ruggine e vetri sporchi e neri.
Appena costruita è un cristallo di potenza e leggerezza, un'ardito gioco di acciaio e luce, un sogno forte senza peso.
Ma passano pochi anni, ed ecco che siamo chiusi da gabbie di ruggine e vetri sporchi e neri.
venerdì 7 maggio 2010
Divina
"Non esiste una legge giusta"
Non è infatti nella natura stessa della legge di essere una generalizzazione, astratta e slegata dai singoli elementi accidentali?
E cos'è la giustizia se non la valutazione, il riconoscimento ed il rispetto delle ecezioni, sino l'infima?
Non è infatti nella natura stessa della legge di essere una generalizzazione, astratta e slegata dai singoli elementi accidentali?
E cos'è la giustizia se non la valutazione, il riconoscimento ed il rispetto delle ecezioni, sino l'infima?
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