Per ingannar l'attesa fra un post e l'altro

Vi annoiate e non sapete cosa fare fra un aggiornamento e l'altro di questo blog?

Per bon?

No, veramente?

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lunedì 10 marzo 2014


Le parole son come le formiche:
all'apparenza innocue, eppure di nascosto
si ammassano e divorano;
abradono, sminuzzano, raccolgono.

mercoledì 5 marzo 2014


«Tu sei giovane, e non puoi certo ricordare, ma un tempo, quando io ero un bambino come te, faceva ancora freddo. Quando avevo cinque anni si mise persino a nevicare. Fu l’ultima volta, ma mio padre mi disse che ai suoi tempi era frequente.»
«Cos’è nevicare?»
«E’ come una specie di pioggia, ma fredda e bianca. E’ soffice, e si può prendere in mano.»
«Dai nonno, non prendermi in giro!»
«So che non puoi crederci, ma è la pura verità. Poi è venuto il caldo, sempre più caldo. Non nevicava più, e pian piano anche l’inverno si scordò di tornare. Ricordo ancora l’ultima volta che mia madre accese il fuoco nel camino.»
«Ecco, vedi? Ti stai prendendo gioco di me! Lo sanno tutti che il fuoco non esiste!»
«Il fuoco divenne inutile, perchè faceva sempre più caldo. Al posto del tepore del focolare, la gente cercava il riparo dell’ombra. Quando il calore si alzò ulteriormente, smettemmo di cuocere la carne, ed iniziammo a nutrirci soltanto di frutta e di verdura crude. Allora i filosofi dissero: “Il fuoco è morto!”
All’inizio quest’affermazione fece scalpore: un tempo senza fuoco si sarebbe morti di freddo. Ma ora non serviva più, ed anche lo scandalo della sua morte fu presto dimenticato. La gente non ne parlava più, semplicemente non gli interessava; e ben presto finirono col credere che non sia mai esistito, e si convinsero che era una cosa inventata dalla fantasia, una superstizione di tempi passati ed ignoranti.»
«E com’era, il fuoco?»
«Oh, era caldo, e faceva male a toccarlo. Ma era bellissimo, rosso come il sangue, e si muoveva sempre, come se fosse vivo. Sembrava un grande fiore...»
«Un fiore vivo? Mordeva?»
«Beh, si. Mangiava, e bisognava dargli in pasto legna secca. Ma se ti avvicinavi troppo ti prendeva, e rischiavi di finir divorato a tua volta!»
«Ma allora è un bene che non ci sia più! Però mi piacerebbe vederlo, magari da lontano. Dimmi, nonno, il fuoco non può più tornare?»
«Ci sono due correnti di pensiero: i poeti dicono che verrà nuovamente il grande freddo, e che dovremo cercare dov’è finito il fuoco, e supplicarlo di tornare da noi. Gli studiosi invece sostengono che i giorni si faranno sempre più caldi, finchè il sole sarà talmente forte da incendiare i prati, le case, ed anche gli uomini. In quel caso sarà il fuoco a tornare di sua spontanea volontà, e la sua assenza non sarebbe che la preparazione del suo tremendo ritorno: ma saranno giorni terribili, di morte e disperazione.»
«Speriamo che tutto resti com’è ora!»

sabato 1 marzo 2014


"Credo in un Dio malevolo, creatore d'una terra difettosa, in un tiranno che riserva a sè primizie e perfezioni, e quando dona scarti e avanzi pretende gratitudine."

martedì 11 febbraio 2014



Stringimi le mani:
sognavo di cadere.
Scendiamo nell'abisso
assieme, assieme.

Làsciati trascinare:
la vera dannazione
non è perdere il sole
ma vivere lontani.


L'inverno soffia un brivido nell'anima:
Come la scintilla che corre sul filo del rasoio
Come il tintinnio della sciabola del boia
Come il vento che corre sopra la schiena nuda
Fischiando nelle vertebre come se fosse un flauto

venerdì 27 settembre 2013

Anèlito




Vidi un uomo, immerso nell'oscurità, come se fosse sotto terra. Vedevo l'intreccio delle sue vene, le arterie che si gettavano come ponti attraverso il corpo, ed i singoli capillari avviluppati come una fittissima ragnatela. L'intero sistema circolatorio formava un complesso simile alle radici d'un albero. E dove la testa terminava, partivano verso l'alto una serie di grosse arterie, avvolte a spirale l'una sull'altra, come a formare il tronco vivo di quello stesso albero, ed i rami ed i ramoscelli erano di vene della stessa forma e dello stesso colore di quelle del corpo sottostante.







Nel corpo inferiore pulsava un cuore rosso ed oscuro, che riceveva l'oscurità circostante, e la spingeva in circolo, affinchè si purificasse. Il corpo la mutava in una linfa dolce, un'acqua in cui era disciolta la luce vivente; il cuore quindi la raccoglieva nuovamente in sè, per poi inviarla verso l'alto. In corrispondenza al cuore inferiore, nei rami dell'albero superiore brillava un cuore di luce, come se fosse fatto di oro spirituale, l'oro di Ophir.






E' la terra a spingere verso l'alto il fiore, o è il sole a chiamarlo a sè?

lunedì 1 luglio 2013

Due preghiere

L'incensiere

Il suo corpo era avvolto da un velo di seta bianca. Era talmente fino che in alcune pieghe lasciava intravvedere il suo corpo, completamente nudo. Non era nè volgare nè provocante. La sua era una bellezza troppo profonda: semmai, era una vista dolce e commovente, come un'opera d'arte, o un'antica reliquia. Così, inginocchiata ed assorta, pareva una sposa, e su di lei quel bianco lenzuolo diveniva più prezioso del più ornato degli abiti nuziali.
La testa era reclinata, nascosta sotto il candido manto, ripiegato ed avvolto come se fosse un cappuccio. Le sue labbra erano nascoste, ma si capiva che si muovevano lungo le sillabe d'una preghiera. Le mani uscivano dal velo come due germogli di bucaneve dopo l'inverno. Erano congiunte, si sfioravano appena, con un gesto di fragilissima delicatezza. I suoni della sua preghiera si raccoglievano nell'incavo fra i palmi, e lì riecheggiavano, come se esitassero dentro un vaso di cristallo. Ne usciva un fumo di luce azzurra, che tracciava un'indecifrabile danza di curve nell'aria prima di salire e dissolversi.

Il rosario
Il legno d'abete scoppiettava nel focolare in pietra, riempiendo la stanza d'un profumo a metà fra l'incenso delle chiese ed il fumo dell'inferno. S'era fatto buio già da un po', e quella delle fiamme era l'unica fonte di luce dell'intera stanza. I vecchi travi in legno del soffitto erano già scomparsi nell'oscurità; sul suo volto invece si rifletteva il calore del fuoco, che colorava d'oro la sua barba ispida ed incolta, e la pelle del suo volto, inciso dalle rughe come un vecchio manoscritto.
Da un po' di tempo stringeva nel pugno un seme di miglio. Lo sguardo era concentrato sulla mano, ma non si sarebbe potuto indovinare i suoi pensieri, e nemmeno se stesse davvero pensando a qualcosa.
Terminò tutto ad un tratto, come se avesse inteso un segnale che a me era sfuggito. Allora aprì la mano, e gettò il seme di miglio fra le fiamme: sparì velocemente, con un sommesso crepitio, appena percettibile.
Lui nel frattempo s'era chinato, facendo cigolare le assi del pavimento. Raccolse un nuovo seme di miglio, da un sacchetto posato accanto alla sedia; lo strinse nel pugno, e cominciò a fissarlo, come aveva fatto per quello precedente, con uno sguardo perso e profondo, pensieroso ed assente.