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giovedì 6 settembre 2012

Mulino di preghiera

La valle era stretta, e la città era incastonata sul fianco della montagna, proprio a ridosso di una ripida balza che si ergeva minacciosa sopra i tetti delle case, correndo quasi in verticale fino alle cime lontane.
Le vie che solcavano il paese erano strette e mal illuminate; si sentiva in lontananza il rumore di un fiume, una corsa impetuosa che riempiva l’aria di umidità. Ora che era scesa la notte, pareva quasi di essere all’interno d’una gigantesca grotta.
Arrivai alla piazza attirato dalla luce dei fari, sperando di trovare un locale aperto, o anche solo di incontrare qualcuno per strada; ma trovai soltanto una superficie deserta, e l’immensa cattedrale, silenziosa ed illuminata a giorno dalle spietate luci elettriche dei riflettori.
La facciata era in stile gotico, slanciata e leggera nonostante fosse realizzata con le scure rocce grigie della valle. I fari che la bombardavano dal basso verso l’alto contribuivano a renderla ancora più verticale, come se quella fosse stata l’unica dimensione degna di nota.
Fra i contrafforti laterali prendevano lo slancio due enormi torri, che incorniciavano simmetricamente la chiesa, come se ne fossero stati i guardiani. Non si trattava però di campanili, ma di due altissime ciminiere.
Sbuffavano fumo incessantemente e copiosamente. La luce sfiorava il fumo rendendolo concreto, come una panna montata grigia, scura e pesante sospesa nel cielo, in qualche modo precario ed insicuro.
Guardai il rosone della chiesa: era un’enorme ruota dentata, che girava in senso antiorario, muovendo in senso opposto un’altra ruota al suo interno.
La porta della cattedrale era socchiusa, e lasciava trapelare una tiepida luce rossa, ed un mormorio confuso, che continuò imperterrito anche quando entrai.
All’interno non c’erano nè banchi, nè statue, nè altari. Al centro campeggiavano soltanto le possenti colonne portanti della struttura. Le pareti invece erano gremite di persone, inginocchiate ed in preghiera. Ce n’erano tantissimi, uomini e donne di ogni età, accatastati l’uno di fianco all’altro.
Provai a parlare con uno di loro, ma continuò a pregare come se non mi avesse nemmeno sentito. Provai con un altro, ed un altro ancora, provai anche a scuoterli e a colpirli, ma non ottenni nessuna reazione. Pregavano senza interrompersi, come in una sorta di trance.
Sgranavano con le mani una sorta di rosario; ma a ben guardare da ognuno di quei rosari pendeva un cavo, una sorta di filo elettrico. Tutti quei fili correvano sul pavimento, e ogni tanto si allacciavano fra loro, per poi confluire in tubazioni di plastica. Alcuni di questi tubi sparivano sul pavimento, altri raggiungevano le colonne, per poi risalirle. Si capiva che i cavi ed i tubi non erano disposti a caso; nel complesso davano l’impressione di un enorme circuito elettrico.
Le preghiere di quella gente erano la forza primaria di un enorme processo industriale e religioso! Una forza trasformativa immensa e potentissima.
Senza dubbio le preghiere erano collegate con le caldaie che alimentavano le ciminiere. Ma qual era la materia prima, su cosa si applicava quella misteriosa lavorazione?
Non feci domande, tanto non mi avrebbe risposto nessuno. Tornai fuori, nella notte, lontano dalle luci elettriche.
Cercai di arrivare a quel fiume impetuoso, di cui prima avevo sentito soltanto il rumore, ma non riuscii a trovarlo; forse quel ruggito non proveniva da un corso d’acqua, ma era soltanto l’eco delle preghiere.

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